L’Italia stabilisce il valore legale del blockchain e degli smart contracts

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La legge n. 12 del 11 febbraio 2019 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 14 dicembre 2018, n. 135, recante disposizioni urgenti in materia di sostegno e semplificazione per le imprese e per la pubblica amministrazione. (19G00017)” c.d “Decreto Semplificazioni”  (GU Serie Generale n.36 del 12-02-2019)  è rivoluzionaria per il panorama giuridico italiano ed il suo futuro. 

La legge infatti introduce una definizione di “Tecnologie basate su registri distribuiti” e di  “smart contract” accogliendo queste tecnologie sul piano giuridico.

La legge definisce «tecnologie basate su registri distribuiti» (distributed ledger technologies più comunemente conosciute come blockchain) le tecnologie e i protocolli informatici che usano un registro condiviso, distribuito, replicabile, accessibile simultaneamente, architetturalmente decentralizzato su basi crittografiche, tali da consentire la registrazione, la convalida, l’aggiornamento e l’archiviazione di dati sia in chiaro che ulteriormente protetti da crittografia verificabili da ciascun partecipante, non alterabili e non modificabili.

Definisce inoltre «smart contract» come un programma per elaboratore che opera su tecnologie basate su registri distribuiti e la cui esecuzione vincola automaticamente due o piu’ parti sulla base di effetti predefiniti dalle stesse.  Gli smart contract soddisfano il requisito della forma scritta previa identificazione informatica delle parti interessate, attraverso un processo avente i requisiti fissati dall’Agenzia per l’Italia digitale con linee guida da adottare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto.

L’aspetto più rivoluzionario della legge consiste quindi nel determinare che gli smart contract soddisfano il requisito della forma scritta.

Un ulteriore aspetto riguarda la previsione che “la memorizzazione di un documento informatico attraverso l’uso di tecnologie basate su registri distribuiti produce gli effetti giuridici della validazione temporale elettronica di cui all’articolo 41 del regolamento (UE) n. 910/2014 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 luglio 2014″. Essenzialmente dando effetto legale a tali tecnologie: i documenti informatici registrati su registri distribuiti potranno essere usati quali prove risultando utili in quei settori dove può essere fondamentale provare che una data azione è avvenuta ad una certa data ed ora.

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Stefania Lucchetti

Gli incentivi alle startup e PMI italiane e lo startup hub di KWM Italy

KWM Italy team

[Foto: Partner Stefania Lucchetti (centro), associate Pietro Boccaccini (destra) e Alessandro Morleo (sinistra)]

KWM Italy Startup Hub

Data l’importanza sempre maggiore che le “start-up innovative” e le “PMI innovative” rivestono all’interno del tessuto economico italiano, King & Wood Mallesons Italy (KWM Italy) ha lanciato un nuovo portfolio di assistenza legale denominato KWM Italy Startup Hub.

Questo servizio legale è diretto a solide “start-up innovative” e “PMI innovative” che stanno avviando le proprie attività o che intendono strutturare meglio attività già avviate al fine di un’ulteriore crescita.

Lo Startup Hub è composto da un team specializzato in diritto commerciale, diritto societario e diritto informatico rappresentato dal partner KWM Italy Stefania Lucchetti, che ha oltre due decenni di esperienza nell’assistere aziende tecnologiche e in particolare start-up, dall’associato KWM Italy Pietro Boccaccini e dal praticante KWM Italy Alessandro Morleo.

“Italy’s Startup Act” – L’avvio di start-up e PMI

L’Italia è all’avanguardia nella regolamentazione delle start-up e delle PMI. E’ stato predisposto un ampio quadro normativo a favore di questo tipo di società, senza imporre restrizioni settoriali o legate all’età, come accade di consueto in altre legislazioni nazionali. I nuovi strumenti e le agevolazioni coprono l’intero ciclo di vita dell’impresa innovativa: dalla sua costituzione alle fasi di crescita, sviluppo e maturità.

Il primo atto legislativo su questo tipo di società è rappresentato dal decreto legge 179/2012 (il cosiddetto “Decreto Crescita 2.0”) che può essere opportunamente definito “Italy’s Startup Act”. Il Decreto ha introdotto nell’ordinamento italiano la definizione di nuova impresa innovativa ad alto valore tecnologico, i.e. la “start-up innovativa”.

La policy sulle “start-up innovative” è stata rafforzata negli ultimi anni da diversi interventi legislativi: provvedimenti quali il decreto legge 76/2013 (il cosiddetto “Decreto sul lavoro”) che amplia il bacino di start-up idonee alle misure agevolate, il decreto legge 3/2015 (il cosiddetto “Investment Compact”) che introduce le “PMI innovative” e la legge di bilancio per il 2017 (legge 232/2016), che introduce incentivi e agevolazioni fiscali per questi tipi di società.

Dalla loro introduzione nell’ordinamento italiano e grazie alla costante attenzione del legislatore con numerose e pervasive azioni regolatorie, “start-up innovative” e “PMI innovative” sono cresciute significativamente e oggi non sono più considerate una nicchia di realtà poiché esprimono oltre 2 miliardi di euro di fatturato totale e offrono circa 50 mila posti di lavoro.

“Start-Up innovativa

Da un punto di vista commerciale, una start-up è l’inizio di una qualsiasi iniziativa imprenditoriale finalizzata allo sviluppo di un nuovo business. Secondo la legge italiana (vale a dire il decreto legge 179/2012), per “start-up innovative” si intendono le società di capitali, comprese le cooperative, le cui azioni o quote rappresentative del capitale sociale non sono quotate su un mercato regolamentato né su un sistema di negoziazione multilaterale. Queste imprese devono inoltre soddisfare requisiti imposti dalla legge, e.g. essere di nuova costituzione o essere operative da meno di 5 anni, avere un fatturato annuo inferiore a 5 milioni di Euro, avere come oggetto sociale esclusivo o prevalente lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di beni o servizi innovativi di alto valore tecnologico, ecc.

PMI innovativa

Come suddetto, il decreto legge 3/2015 (il cosiddetto “Investment Compact”) ha introdotto un nuovo tipo di società, i.e. le “PMI innovative”, e ha esteso loro la maggior parte delle agevolazioni previste per le “start-up innovative”. Le “PMI innovative” sono imprese con meno di 250 dipendenti e con un fatturato annuo che non supera i 43 milioni di Euro; inoltre, devono soddisfare altri requisiti, come la costituzione come società di capitale anche in forma cooperativa, le azioni della società non possono essere quotate in un mercato regolamentato, l’ultimo bilancio deve essere certificato da un revisore contabile o da una società di revisione registrati nel registro dei revisori dei conti ecc.

Le “PMI innovative” operano nel campo della tecnologia dell’innovazione, indipendentemente dalla data di costituzione, dall’oggetto sociale e dal livello di maturazione. Il raggiungimento dello status di “PMI innovativa” può rappresentare una naturale prosecuzione del percorso di crescita e rafforzamento di una “start-up innovativa”.

Agevolazioni previste dall’“Italy’s Startup Act”

Le principali agevolazioni accordate alle “start-up innovative” e alle “PMI innovative” dalla normativa italiana sono le seguenti:

  • Costituzione digitale e gratuita: Le “start-up innovative” possono scegliere di redigere l’atto costitutivo (e le sue successive modifiche) per mezzo di un modello standard Il documento può essere firmato utilizzando una firma digitale: i.e. l’intera procedura può essere eseguita online attraverso una piattaforma dedicata e, come ulteriore vantaggio, il suo utilizzo è gratuito. Da notare comunque che tale procedura rimane volontaria: è sempre possibile costituire un S.r.l. per atto notarile, registrandola successivamente nella sezione speciale del Registro;
  • Taglio alle spese: Le “start-up innovative” e le “PMI innovative” sono esonerate dal pagamento dell’imposta di bollo dovuta alla registrazione nella sezione speciale del Registro delle Imprese. Inoltre, le “start-up innovative” sono esentate dal pagamento della quota annuale solitamente dovuta alle Camere di Commercio;
  • Gestione societaria flessibile: Le “start-up innovative” e le “PMI innovative” costituite in forma di S.r.l., sono dotate di alcune particolarità che implicano cambiamenti radicali nella struttura finanziaria della S.r.l. (g. creare categorie di quote con diritti specifici, offrire al pubblico quote di capitale, ecc.) che rendono tali società più simili ad una S.p.A.;
  • Copertura delle perdite: In caso di perdite, mentre le società ordinarie devono ridurre il capitale entro l’esercizio successivo, le “PMI innovative” e le “start-up innovative” possono farlo due esercizi finanziari dopo aver subito le perdite;
  • Disciplina giuslavoristica su misura nelle “start-up innovative“: In generale, le “start-up innovative” sono sottoposte alle disposizioni sui contratti a tempo determinato come stabilite nel “Jobs Act” (decreto legge 81/2015). Pertanto, le “start-up innovative” possono assumere personale con contratto a tempo determinato per un massimo di 36 mesi. Tuttavia, in deroga alle disposizioni del Jobs Act, le “start-up innovative” possono assumere personale con contratti a tempo determinato di qualsiasi durata, anche molto breve, che può essere rinnovato più volte. Dopo i 36 mesi, il contratto può essere rinnovato una sola volta, per un massimo di 12 mesi, per una durata complessiva dunque di 48 mesi. Trascorso questo periodo di 4 anni, il contratto a tempo determinato viene automaticamente convertito in un contratto a tempo indeterminato.  Gli stipendi dovuti ai lavoratori impiegati in “start-up innovative” possono avere una componente variabile legata ad obiettivi e a parametri di produzione in base ad accordi fra le parti (come la produttività del dipendente o la redditività della società ecc.), incluse le “stock option” e i programmi “work-for-equity” (i ricavi derivanti da questi strumenti finanziari – che possono essere utilizzati per pagare anche i lavoratori nelle “PMI innovative” – sono deducibili dalle tasse sia a fini fiscali che contributivi e sono soggetti solo a tassazione sulle plusvalenze);
  • Incentivi fiscali per investire nelle “start-up innovative”: (per le “PMI innovative”, tali incentivi entreranno in vigore dopo l’attuazione di apposito decreto interministeriale, in conformità con la normativa UE in materia di aiuti di Stato): Questa agevolazione prevede per le persone fisiche una detrazione IRPEF pari a 30 % dell’importo investito, fino ad un importo massimo di € 1 milione; per le persone giuridiche il beneficio consiste in una deduzione dall’imponibile IRAP pari al 30% dell’importo investito, fino ad un massimo di € 1,8 milioni. Tali sovvenzioni si applicano sia in caso di investimenti diretti in “start-up innovative” sia in caso di investimenti indiretti tramite altre società, come gli OICR, che investono prevalentemente in “start-up innovative”. Queste misure sono condizionate al mantenimento della partecipazione nella “start-up innovativa” per un minimo di 3 anni;
  • Equity crowdfunding: Le “start-up innovative”, le “PMI innovative” e anche gli OICR e altre società che investono prevalentemente in “start-up innovative” e “PMI innovative” possono raccogliere capitali attraverso portali online Inoltre, la legge di bilancio del 2017 ha avviato il processo per estendere l’applicabilità di questo strumento a tutte le PMI italiane;
  • Accesso diretto, semplificato e gratuito per “start-up innovative” e “PMI innovative” al Fondo di garanzia per Piccole e Medie Imprese: Un fondo statale che facilita l’accesso al credito tramite garanzie sui prestiti bancari. La garanzia copre fino all’80% dei prestiti bancari concessi alle “start-up innovative” e alle “PMI innovative”, fino ad un massimo di 2,5 milioni di Euro, ed è fornito attraverso una procedura semplificata;
  • Fail Fast: Le “start-up innovative” sono esentate dalla procedura standard di fallimento, concordato preventivo e liquidazione coatta amministrativa in caso di una crisi di sovraindebitamento. Di conseguenza, i tempi di liquidazione giudiziale vengono ridotti e gli oneri amministrativi e la stigmatizzazione sociale diminuiscono drasticamente;
  • Conversione in “PMI innovative”: Le “start-up innovative” di successo, diventate aziende “mature” con una notevole esperienza e valore di produzione, le cui attività sono ancora caratterizzate da una componente significativa di innovazione tecnologica, possono transitare nello status di “PMI innovative”. Inoltre, l’Investment Compact ha esteso molte delle agevolazioni conferite alle “start-up innovative” ad una più ampia gamma di società caratterizzate da una spiccata propensione all’innovazione.

Risulta oppurtuno notare che mentre per le “start-up innovative” il legislatore ha stabilito di limitare le agevolazioni ad un massimo di 5 anni dalla data di costituzione della società, per le “PMI innovative”, purché siano soddisfatti i requisiti legali, gli strumenti di sostegno non sono soggetti ad un limite temporale

Ulteriori agevolazioni

Oltre agli strumenti facenti parte del pacchetto normativo originale (“Decreto Crescita 2.0”), il Ministero dello Sviluppo Economico si è impegnato in ulteriori misure per sostenere l’ecosistema dell’innovazione. Tra queste iniziative, meritano di essere menzionate: Smart&Start Italia (uno schema di finanziamento agevolato per “start-up innovative” con sede in Italia), Italia Startup Visa (una nuova procedura accelerata per l’emissione di visti di lavoro autonomo per cittadini non-UE che intendono istituire una “start up innovativa” in Italia) e Italia Startup Hub (una procedura accelerata che estende il programma Visa Startup Italia a cittadini non-UE già in possesso di regolare permesso di soggiorno che intendono soggiornare in Italia oltre la data di scadenza per avviare una “start-up innovativa”).

Infine, due importanti misure applicabili a tutte le imprese italiane sono di particolare interesse per le “start-up innovative” e le “PMI innovative”:

  • Credito d’imposta per la Ricerca e lo Sviluppo: Dal periodo di imposta 2017 fino al 2020, il credito è pari al 50% dei costi annuali incrementali per le attività di R&S, sia intra muros che per le spese extra muros. Il credito d’imposta è riconosciuto fino ad un massimo annuale di € 20 milioni per ciascun periodo di imposta. La base della misura è calcolata rispetto alla media dei costi sostenuti nei 3 periodi fiscali precedenti a quello in corso al 31 dicembre 2016, purché in ciascuno dei periodi fiscali i costi per R&S siano stati pari o superiori a € 30.000;
  • Patent Box: Consiste in sgravi fiscali sui redditi derivanti dall’uso della proprietà intellettuale. Il Patent Box concede alle società un’opzione per escludere dall’imposizione il 50% dei redditi derivanti dallo sfruttamento commerciale di beni immateriali (opere dell’ingegno, brevetti, marchi d’impresa, marchi commerciali).

Conclusione

Dopo l’introduzione delle “start-up innovative” e delle “PMI innovative” all’interno del panorama giuridico italiano, in largo anticipo sui tempi rispetto ad altri Paesi europei, tali realtà hanno dimostrato di essere una leva strategica per lo sviluppo dell’economia del Paese.

Infatti, l’alto tasso di innovazione insito nel DNA di queste nuove forme societarie, può giocare un ruolo fondamentale per rilanciare la crescita e l’occupazione, soprattutto giovanile, dell’Italia.

KWM Italy vuole dunque fornire il proprio contributo in questo entusiasmante settore con l’obiettivo di aiutare le strat-up e le PMI a sviluppare efficacemente o meglio strutturare le loro idee e il loro business.

 

Possibilità per l’equity crowdfunding in Italia

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L’equity based crowdfunding è generalmente inteso come un sistema che consente la raccolta di capitale finanziario, di solito attraverso Internet, offrendo in cambio partecipazioni nella società finanziata, generalmente una startup o una piccola media impresa.

In Italia, fin dal 2012, esiste una normativa organica ad hoc (D.L. n. 179 del 18 ottobre 2012, c.d. “Decreto Crescita 2”) per la regolamentazione del fenomeno dell’equity crowdfunding. La normativa, inizialmente, consentiva il ricorso al finanziamento tramite crowdfunding solo alle imprese con la qualifica di start up innovative. Successivi interventi normativi hanno consentito l’accesso al crowdfunding anche alle imprese sociali ma, soprattutto, a tutte le PMI (non solo a quelle innovative). Hanno introdotto anche la possibilità per gli organismi di investimento collettivo del risparmio (OICR) e per le società che investono prevalentemente in start-up/PMI innovative di collocare online i propri capitali tramite i portali di equity crowdfunding.

La normativa, pur presentando alcuni elementi di rigidità, è stata oggetto di notevole evoluzione per adattarsi alle richieste del relativo mercato.

È interessante notare che la raccolta di capitale finanziario attraverso internet ha moltissime analogie con gli Initial Coin Offerings (ICO). Gli ICO hanno avuto negli scorsi mesi, a livello globale, un successo mediatico clamoroso pur incontrando diverse sfortune dal punto di vista regolamentare. Infatti in alcune giurisdizioni questa forma di raccolta di capitali è stata addirittura vietata (per esempio in Cina e Corea del Sud).

L’Initial Coin Offering (ICO) è una forma di raccolta fondi tramite la quale un soggetto colloca sul mercato una sua criptovaluta futura (coin o token) in cambio di una criptovaluta già circolante (come il Bitcoin) per finanziare il proprio progetto, proposto al pubblico solitamente in un white paper. Chi acquista la criptovaluta confida che il business sottostante abbia successo e che la moneta si apprezzi al fine di conseguire un profitto al momento della vendita di tale moneta sul mercato. Gli ICO nel tempo si sono divisi anche a seconda del fatto che il finanziamento porti in cambio un equity token (con partecipazione alla società emittente) o un utility token (moneta con funzioni secondarie che solitamente consente di ottenere dei vantaggi sulla stessa piattaforma finanziata).

Considerato l’analogo obiettivo di ICO e equity crowfunding – entrambi sistemi di raccolta di capitale di rischio per start up e piccole imprese al di fuori dei mercati regolamentati – e data la totale mancanza in Italia, alla data attuale, di una disciplina volta a regolare le ICO, ci siamo chiesti se la legge italiana sul crowfunding, qui di seguito brevemente descritta, potrebbe essere uno strumento potenzialmente utile per fornire un quadro normativo entro il quale ricondurre gli ICO.

Normativa italiana sul crowdfunding

Portali di equity crowdfunding

Il “portale” è la piattaforma online che ha come finalità esclusiva la facilitazione della raccolta di capitali di rischio da parte degli offerenti. Il portale si concretizza in un sito web che assolve al ruolo di mediatore tra la società emittente e il finanziatore. L’offerta al pubblico degli strumenti finanziari può essere effettuata esclusivamente attraverso uno o più portali registrati e regolamentati.

Il gestore del portale assicura che, per ciascuna campagna di raccolta, l’importo necessario al perfezionamento degli ordini sia disponibile nel conto vincolato destinato all’offerente acceso presso le banche e le imprese di investimento a cui sono trasmessi gli ordini.

Secondary trading

La sottoscrizione e la successiva alienazione di quote rappresentative del capitale della società emittente può essere effettuata per il tramite di intermediari abilitati alla prestazione di servizi di investimento che effettuano la sottoscrizione delle quote in nome proprio e per conto dei sottoscrittori o degli acquirenti che abbiano aderito all’offerta tramite portale.

Disciplina societaria

Le operazioni di crowdfunding vengono effettuate mediante pubblicazione di specifiche offerte sul sito del portale, la “vetrina online” attraverso la quale l’emittente offre agli investitori “strumenti di capitale di rischio”, i.e. azioni o quote fornite di diritti particolari.

Il finanziamento avviene a fronte dell’assegnazione agli investitori di quote o azioni fornite di diritti particolari che rendano “desiderabile” l’investimento. La prassi è quella di approvare un aumento di capitale con l’esclusione del diritto di opzione per i soci esistenti.

Cross border crowdfunding

La normativa italiana sul crowdfunding si applica solo alle società residenti in Italia o in uno degli Stati membri dell’Unione europea o in Stati aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo, purché abbiano una sede produttiva o una filiale in Italia.

La Commissione Europea ha intenzione di presentare, entro i primi mesi del 2018, una proposta per regolamentare il crowdfunding. A tal fine è stata aperta una consultazione pubblica che verte principalmente su due temi:

  1. il cross-border crowdfunding, che consiste nello svolgimento di attività di crowdfunding al di fuori dei confini della propria nazione di appartenenza, senza chiedere una specifica autorizzazione in ciascun paese europeo; e
  2. la realizzazione di un efficace quadro comune in materia di gestione del rischio per gli investimenti nelle campagne di crowdfunding.

La normativa italiana sull’equity crowdfunding, in ogni caso, non limita l’accesso ai portali italiani a società straniere. Il requisito del possesso di un codice fiscale italiano, precedentemente previsto per la registrazione su un portale di equity crowdfunding, a seguito di un recentissimo intervento normativo è venuto meno per i soggetti non residenti in Italia, rendendo quindi più agevole l’accesso a tali operatori al mercato italiano.

Conclusioni

La normativa italiana sul crowdfunding potrebbe essere una piattaforma utile per creare delle forme di ICO regolamentate. Il vero nodo della questione è quello della gestione delle criptovalute, inclusa la possibilità di creare conti vincolati nei quali vengono tracciati gli scambi di criptovaluta collegandosi alla piattaforma blockchain. Questo avrebbe il beneficio aggiuntivo di facilitare il dialogo tra le banche e le piattaforme blockchain aiutando la realtà italiana ad un passaggio accelerato nell’offerta Fintech. Le problematiche fiscali e regolatorie legate allo scambio di criptovalute devono chiaramente essere valutate.

cropped-foto-stefania-sito-web-3.jpg Stefania Lucchetti  foto pietroPietro Boccaccini and foto Alessandro Alessandro Morleo

© 2018. Per ulteriori informazioni, Contatta gli Autori

Gli articoli possono essere condivisi e/o riprodotti solo nella loro interezza e con adeguata citazione.  Questa pubblicazione è a mero scopo informativo e non deve essere considerata un parere legale.

 

AI legal issues

Al WiredNextFest di questi giorni si è accennato alle tematiche giuridiche sollevate dall’evoluzione del AI.
E’ mancato però uno spunto importante: i problemi giuridici che riguardano la prossima generazione di AI, in particolare per quanto riguarda la responsabilità, derivano dalla capacità di un AI di create i propri algoritmi e non solo di operare sulla base di quelli impostati dal costruttore. 

At WiredNextFest held in Milan these past few days there were conversations about legal issues deriving from the development of AI.  There was a key point missing however: one of the key issues relating to the next AI generation is that they will have the ability not just to operate on big data based on built in algorithms, but to create their own algorithms

https://lawcrossborder.com/2017/05/22/why-robots-need-a-legal-personality/

A proposal for a Family Business Corporate Governance Code

On 23 May at Bocconi University’s campus AIdAF-EY and Bocconi University presented their proposal for Family Business Voluntary Corporate Governance Code.

The Code was prepared by prof. Alessandro Minichilli and prof. Maria Lucia Passador.

Adherence to the Code would be voluntary. Its purpose is to create a reliable governance structure for non listed family businesses.  In recent years, several European countries, such as Belgium, Spain and Finland have promoted corporate governance codes for non listed companies.  IFC (World Bank Group) in 2011 published a Family Business Governance Handbook.

The benefits of adopting a reliable and transparent corporate governance structure are numerous for a non listed company.  A corporate governance structure not only protects the company’s business and assets, but it also makes the company more reliable to third party business partners and potential investors, especially international businesses.  It also attracts outside talent – as outside managers are often reluctant to join a close knit family business.

This is very good news especially in Italy, where family businesses contribute 94% of the national GDP (source: FFI Datapoints), however they often struggle on succession planning and expansion, which transparency and clear rules.

cropped-foto-stefania-sito-web-3.jpg© Stefania Lucchetti 2017.  For further information Contact the Author

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Intelligenza Artificiale, Robotica e Personalità Giuridica

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Lo sviluppo della robotica e dell’intelligenza artificiale (AI) è una realtà entusiasmante e inarrestabile che sta lentamente facendo il suo corso e spostandosi dal cinema science fiction per trasferirsi nel mondo reale.

Inoltre, gli esseri umani e la tecnologia interagiscono in modo crescente in modo personale e quotidianamente.  Le crescenti occasioni di interazione tra gli esseri umani e i sistemi di intelligenza artificiale hanno enorme potenziale non solo per la crescita economica ma anche per il potenziamento dell’individuo, come ben spiegato nel McKinsey Global Institute report del gennaio 2017, che sottolinea come quasi ogni occupazione ha un parziale potenziale di automazione, e tuttavia saranno singole attività piuttosto che intere tipologie occupazionali ad essere impattate dall’automazione.

Di conseguenza, conclude che la realizzazione del potenziale pieno dell’automazione richiede una collaborazione tra umani e tecnologia.

Questa interazione tuttavia provoca una serie complessa di rischi e preoccupazioni, oltre a inevitabili questioni etiche.

Le questioni giuridiche principali che devono essere affrontate con urgenza sono la sicurezza fisica effettiva degli esseri umani,  l’esposizione a responsabilità e le questioni di privacy e protezione dei dati.

Le preoccupazioni di natura etica riguardano la dignità e autonomia degli esseri umani e includono non solo l’impatto dei robot sulla vita umana, ma anche, parallelamente,, la capacità del corpo umano di essere riparato (per esempio con arti e organi bionici), migliorato e infine creato, dalla robotica – e i sottili confini che queste procedure sorpassano nel tempo.

L’attuale regolamentazione giuridica è per definizione non strutturata per affrontare le questioni complesse sollevate dall’intelligenza artificiale. La conseguenza di questo è la necessità di trovare un approccio regolamentare bilanciato allo sviluppo della robotica e l’intelligenza artificiale che promuova e supporti l’innovazione, e allo stesso tempo definisca i confini per la protezione degli individui e della comunità umana in generale.

Su queste note, il Parlamento Europeo (“PE”) il 31 marzo 2016 ha emesso un progetto di relazione sulle norme di diritto civile applicabili alla robotica. La relazione delinea la visione e generale quadro di riferimento del Parlamento Europeo sul tema della robotica e intelligenza artificiale.

Se da una parte la relazione è ancora speculativa con accenti filosofici, è anche estremamente interessante – specialmente laddove definisce e classifica l’intelligenza artificiale, e quindi i “robot intelligenti” quali aventi le seguenti caratteristiche:

  • La capacità di acquisire autonomia grazie a sensori e/o mediante lo scambio di dati con il proprio ambiente (interconnettività) e l’analisi di tali dati
  • La capacità di apprendimento attraverso l’esperienza e l’interazione;
  • La forma del supporto fisico del robot;
  • La capacità di adeguare il suo comportamento e le sue azioni al proprio ambiente

La relazione del PE inoltre definisce sei principali temi regolatori sollevati dallo sviluppo della robotica e dell’intelligenza artificiale:

  • Principi generali ed etici;
  • Norme in materia di responsabilità;
  • Diritti di proprietà intellettuale, protezione dei dati e proprietà dei dati;
  • Normazione, sicurezza e protezione;
  • Istruzione e occupazione;
  • Coordinamento istituzionale e monitoraggio

La relazione conclude sottolineando che le implicazioni di queste tecnologie sono necessariamente internazionali e quindi se ogni singola nazione definisse delle regole separate questo costituirebbe una perdita di risorse – raccomandando quindi una regolamentazione europea unificata.

Certamente, le implicazioni sono internazionali/cross border e richiedono uno sforzo collaborativo, sebbene sia saggio presumere che alcune giurisdizioni saranno più aperte e flessibili di altre nel definire i limiti dell’autonomia dell’intelligenza artificiale, o più restrittive nel definirne i confini. E’ inoltre inevitabile che alcune nazioni siano alla guida nell’evoluzione della regolamentazione dell’intelligenza artificiale e della robotica.

Le aree nelle quali, secondo la posizione del PE, è necessaria un’azione regolamentare con priorità includono: il settore automotive, il settore medicale, e i droni.

La Questione della Responsabilità

La crescente autonomia dei robot solleva prima di tutto la questione della responsabilità giuridica derivante dall’azione nociva di un robot.  Allo stato delle cose, un robot non può essere considerato responsabile in proprio per atti o omissioni che causano danni a terzi e le norme esistenti in materia di responsabilità coprono i casi in cui la causa di un’azione o di un’omissione di un robot può essere fatta risalire ad uno specifico agente umano ad esempio il fabbricante, l’operatore, il proprietario o l’utilizzatore, o i casi in cui fabbricanti, operatori, proprietari o utilizzatori potrebbero essere considerati oggettivamente responsabili per gli atti o le omissioni di un robot.

In relazione al settore automotive, che viene ritenuta un’area che richiede interventi regolatori con carattere di urgenza,  il tema principale riguarda evidentemente i veicoli auto-guidati, che sono già oggetto di test in California e verranno testati in UK nel 2019 (da notare anche che il ministero dei trasporti tedesco nel settembre 2016 ha proposto una legge per determinare una regolamentazione dei veicoli auto-guidati che alloca la responsabilità sul produttore).

Tuttavia, in uno scenario dove un robot può prendere decisioni autonome, la tradizionale catena di responsabilità basata sulla proprietà o produzione non è sufficiente ad affrontare le complesse problematiche della responsabilità di un robot (sia contrattuale che extra-contrattuale) in quanto i principi esistenti non sarebbero idonei ad identificare correttamente la parte che dovrebbe sostenere l’onere di fornire compensazione per i danni causati. La questione della responsabilità civile è considerata “cruciale” dalla commissione.

Protezione dei dati e diritti di proprietà intellettuale

Altre questioni rilevanti in relazione allo sviluppo della robotica sono le regole sulla connettività. Mentre le leggi esistenti sulla privacy, e l’uso dei dati personali possono essere applicati alla robotica in generale, applicazioni pratiche riguardano ulteriori considerazioni e cioè la regolamentazione di standard per il concetto di “privacy by design”, il consenso informato e il criptaggio, cosi come l’utilizzo di dati personali si di esseri umani che di robot intelligenti che interagiscono con gli esseri umani.

I diritti di proprietà intellettuale inoltre devono essere considerati se si vuole accettare che ad un certo punto vi sarà la necessità di proteggere la “propria creazione intellettuale” di robot avanzati.

Una proposta nel cercare di affrontare queste questioni è stata quella di conferire ai robot “personalità elettronica”.

Una Proposta

La relazione del PE raccomanda che la Commissione UE esplori le implicazioni di tutte le possibili soluzioni legali, inclusa quella di creare uno specifico status legale per i robot, cosicchè almeno ai più sofisticati robot autonomi possa essere conferito lo status di “persona elettronica” con specifici diritti e obblighi, incluso quello di risarcire qualsiasi danno possano aver causato, ed applicare la personalità elettronica ai casi in cui i robot siano in grado di prendere autonome decisioni intelligenti o in ogni caso interagire autonomamente con esseri umani.

Se questa proposta è certamente un’idea valida, potrebbe volerci del tempo prima che sia applicabile a tutti i robot in quanto perchè un robot abbia lo status di “persona elettronica” le sue capacità autonome dovrebbero essere particolarmente pronunciate e avanzate.

Immaginare un regime dove la responsabilità dovrebbe essere proporzionata al reale livello di istruzioni date al robot ed alla sua autonomia, dovrebbe tener conto del fatto che ad una crescente capacità di apprendimento o autonomia del robot, dovrebbe corrispondere una minore responsabilità delle altre parti coinvolte, tenendo conto di quale tipo di sviluppo il robot ha avuto, quale tipo di istruzioni o “educazione”.

Tuttavia, non sarebbe sempre semplice discernere capacità derivanti dall'”educazione” data ad un robot da capacità che dipendano strettamente dalle sue abilità di auto-apprendimento. Questo implica che nel cercare di identificare l’allocazione delle responsabilità, si incapperebbe in enormi aree grigie.

Una via di mezzo è quindi necessaria per quei casi in cui il robot è capace di apprendimento e decisioni autonome ma adatto solo a specifici utilizzi e non ancora sofisticato al punto da essere dotato dello status di “persona elettronica”, come per esempio un veicolo autonomo.

Ritengo invece che una possibile soluzione a questo sia di attribuire a ciascuna intelligenza artificiale una personalità giuridica assimilabile a quella attribuita alle persone giuridiche.

I benefici sarebbero:

– registrazione/incorporazione del robot

– un’entità giuridica a cui attribuire la responsabilità, con regole specifiche e la possibilità di contrarre una copertura assicurativa

– la capacità di stipulare contratti reciprocamente e con gli esseri umani dai quali deriverebbero specifiche responsabilità e conseguenze per la violazione degli obblighi in essi previsti.

Un lato negativo di questa proposta è che questo tipo di status legale richiede un proprietario (un “azionista”) con responsabilità limitata, e questo significa che la responsabilità finale, sebbene limitata, non sarebbe necessariamente posta sul produttore ma sul proprietario, ritornando alla posizione di una protezione insufficiente.

Tuttavia, per esempio nel caso dei veicoli autoguidati, il proprietario dell’auto potrebbe essere considerato il proprietario dell’”entità giuridica” veicolo autonomo: in quanto tale avrebbe responsabilità limitata, e avrebbe l’obbligo di assicurare il veicolo.

Un altro tema riguarda la possibile difficoltà in taluni casi di “delimitare” fisicamente l’abito fisico di una specifica intelligenza artificiale.

Chiaramente, la questione deve essere ancora studiata e ponderata e possibili soluzioni evolveranno parallelamente allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, credo però che in questo momento storico questa possa essere una valida soluzione da proporre per affrontare le attuali problematiche dell’intelligenza artificiale per come la conosciamo e comprendiamo ad oggi. Senza escludere che, forse fra qualche anno, non possa essere la stessa intelligenza artificiale a proporre le migliori soluzioni.

[Stefania Lucchetti was also quoted on her views on AI in https://www.politico.eu/article/europe-divided-over-robot-ai-artificial-intelligence-personhood/]

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© Stefania Lucchetti 2017.  Per ulteriori informazioni contattare l’autrice

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